giovedì 31 maggio 2012

Summersville

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Summersville. Quale nome più adatto per una falesia che affaccia sull’omonimo lago, in cui ci si può persino tuffare fra un tiro e l’altro? Non siamo esattamente nel comprensorio di New River, ma la zona è abbastanza vicina da meritare una visita, e la promessa di un bagno fa il resto, considerando la temperatura stabile sopra gli 80° Fahrenheit, che sia notte o che sia giorno, con picchi verso i 90°, umidità alle stelle, e nemmeno un refolo d’aria. Gli strapiombi che caratterizzano la falesia ne costituiscono la forza d’attrazione, tanto più in una zona come New River, dove i settori classici non offrono simili inclinazioni.

Potrebbe sembrare un luogo idillico, ma non è così. Il problema non sono i serpenti, né l’edera velenosa: il vero, serio problema di questo posto sono i vacanzieri del fine settimana che infestano il lago, lanciati a tutta velocità su motoscafi e acquascooter in una direzione e nell’altra, mentre mamma papera cerca invano di portare avanti la lezione di navigazione ai paperotti che le stanno attorno. Grasse signore biondo finto tengono orgogliosamente il timone del loro mezzo, chioma al vento e cellulite svolazzante, guardandosi attorno per carpire gli sguardi invidiosi di chi è senza motoscafo, o ne ha uno più piccolo. I passeggeri delle barche meno sportive e più lente si dedicano a birra e picnic, osservando compassionevoli i poveracci a bordo lago, talvolta alzando la mano in un saluto aristocratico. Qualche raro momento di quiete fa sperare che possa tornare la pace, finché un altro motoscafo non attraversa il lago con un boato, mentre quelli a bordo lanciano gridolini o squittii di esaltazione. Tutto il giorno così, fatta eccezione per una piccola pausa intorno all’ora di pranzo. Ovviamente.

Anche gli scalatori sono ben più numerosi della volta scorsa, forse perché a differenza di Pasqua il Memorial Day è davvero vacanza; riusciamo a dribblare la folla in falesia, ma il momento critico è la cena. Davanti a Pies&Pints, che offre qualcosa di abbastanza simile a una pizza nostrana (aglio a parte), c’è una coda che arriva fino al parcheggio; stesso discorso per il messicano, in cui però ci fanno entrare a smorzare la fame con birra (la Dead Guy o la John John sono un must per chi ama le ambrate!), chips e guacamole. Viva il guacamole.

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sopra….

…e sotto

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Nel tentativo di allontanarci dalle orde barbariche di arrampicatori, domenica ci spingiamo fino alla zona dei Meadows, che richiede un tragitto in macchina più lungo e impervio, con tanto di guado (vedi foto in alto) che nasconde una vera e propria cascata. L’alternativa sarebbe stata un ponte di legno che la guida non raccomanda: “Attraversatelo a vostro rischio e pericolo”, è la lapidaria spiegazione. Se non altro, per arrivare qui bisogna avere un SUV o un fuoristrada, o una macchina da rottamare.

In falesia, un arrampicatore lancia urla selvagge di soddisfazione mentre si fa calare, tanto che pensiamo abbia chiuso il tiro; ma a ben guardare, la corda non è in catena, neanche lontanamente in catena; a quanto pare, il tipo è soddisfatto perché è riuscito ad arrivare un chiodo più in alto della volta prima. “E com’è la parte successiva?” mi informo. “Ah, non ne ho idea”, risponde. “ Non ci sono mai arrivato.”

SPQA (cfr. per chi conosce Asterix e Obelix: Sono Pazzi Questi Americani). Non tutti, ma alcuni sicuramente.

La conferma delle stranezze americane, arrampicatorie e non, ci viene dalla giornata, l’ultima, al settore Junkyard, una parete che prima dell’intervento del National Park era una specie di discarica in cui i locali gettavano vecchie lavastoviglie, copertoni, bottiglie e quant’altro, e che ora è dedicata per interno all’arrampicata trad. Mentre noi (io soprattutto) sbuffiamo e sudiamo per piazzare i friend nella fessura di New Yosemite (5.9, ma bisogna incastrare mani e piedi, e di tacche in zona neanche a parlarne!), intorno a noi cadono corde dall’alto, sistemate secondo le indicazioni di quelli alla base della parete: “Facciamo questo, buttala giù qui” e così via, di preferenza sui tiri “moderati”, intorno al 5.8. Siamo praticamente gli unici, insieme ad altri due ragazzi, a scalare dal basso.

Come sempre, i gradi sono alquanto stretti, ma dovendosi affidare a friend e nut la cosa si sente ancora di più, e per me è la prima volta. Jaco fa strada, poi scendendo toglie tutto e mi spiega per filo e per segno cosa usare e come. Insegnamenti preziosissimi, visto che su Rapscallion’s Blues (5.10c, ovvero 6b) decido di mettere alla prova un nut da 2. Non so perché, non so per come, visto che sui 6b non cado più da anni; fatto sta che in un passaggio in cui bisogna spalmare i piedi vado in panico, le mani sudano sulle uniche prese piatte del tiro, penso alla morte, inizio a sgommare sulla roccia liscia tipo gatto Silvestro - con il pelo dritto, ovvio - e all’ultima scivolata cado, due metri sopra il chiodo. Ma che chiodo, sopra il nut, piccolino, infilato - spero bene - nella sua fessurina. Atterro sette metri più sotto, abbastanza scossa da non fiatare e da non smadonnare come faccio di solito quando cado stupidamente.

Be’, l’avevo messo davvero bene. Come si fa in bici: mi rimetto in sella e riparto verso la catena, ancora lontana. Quando mi calo, Wes mi dà il cinque (eh sì, si fa così). Io grugnisco fra qualche lacrimuccia: “Awful” (terribile) e lui mi corregge: “Awesome!” (magnifico).

Ma sì, in fin dei conti… Quando lo rifacciamo?

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