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giovedì 15 novembre 2012

Be tall!

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Mark Spinger contempla le vie a Midnight surf sotto la pioggia del giorno di riposo

Midnight Surf: erano tutti col piumino. Il sole c’era, ma da un’altra parte. La falesia non la toccava nemmeno. Per fortuna, Iniquity, il 7b/+ che avevo deciso di provare, o meglio su cui avevo “defaulted” (cosa che significa scegliere un tiro per forza di cose, a causa del traffico sugli altri), era ideale per le basse temperature. Un blocco di tre movimenti su grinze inesistenti e piedi disegnati, seguito da riposo su cengia senza mani e poi cavalcata da presa buona a presa buona, con gli allunghi tipici del settore.

Tanto per capirci, qui solo Ramonet si potrebbe permettere di essere più basso di 1,60, sui tiri duri. In alcuni punti, o ti allunghi e ci arrivi, o lanci e basta.

Farò un esempio pratico di quanto l’altezza possa essere determinante, quasi vitale, su un banale 7b come Iniquity. Fra il secondo e il terzo rinvio una lama rovescia permette di superare una banchetta e raggiungere una tasca buona. Bisogna alzarsi sopra il rinvio sottostante, ma il movimento è abbastanza scontato. Peccato però che la lama scricchioli paurosamente e che, a ben guardare, si possa notare una croce disegnata sotto col gesso. Va bene, non posso usarla. Ciò significa che devo in qualche modo allungarmi dalla presa più in basso fino alla tasca in alto: considerata la mia dimestichezza coi dinamici e la mia mira, lanciare è fuori discussione. Con la cengia appena sotto la caduta è tutto tranne che pulita. Zach, che mi fa sicura, si agita qualche metro più sotto. Per cinque minuti le provo tutte, alla fine mi decido. Alzo il piede destro il più in alto possibile e seguo il consiglio di Mark: “Be tall”. Sii alta. Con la punta delle dita tocco il bordo, striscio ancora un po’, mi tiro su, respiro di nuovo, e Zach con me.

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Il boulder iniziale di Iniquity e Mexican Mark

Io però sono unoesettantacinque. Le ragazze che provano il tiro dopo di me arrivano forse a unoecinquanta. La prima si blocca su quel movimento e dopo un balletto di qualche minuto e decide di scendere, temendo una caduta rovinosa. L’altra, ancora più piccolina - ma indubbiamente più forte - prende in mano la situazione, per rassicurare l’amica. “Se io cado e non mi faccio male”, dice, “vuol dire che puoi cadere anche tu.” Prova e riprova, ma non c’è verso, non riesce a essere alta quanto basta. O prende la presa a rischio di rottura, o lancia.

Lancia.

E manca la tasca.

Cade, urta la cengia, si impiglia nella corda e si ribalta più in basso, sbattendo qua e là contro la roccia.

Per qualche secondo tratteniamo tutti il fiato.

Non è successo niente. Si tira su, rassicura gli astanti terrorizzati, e inizia a risalire sulla corda. Torna al punto di partenza, ragiona un po’, si riscalda mentalmente e alla fine inchioda il lancio.

L’amica, sotto, è tutt’altro che rassicurata.

venerdì 9 novembre 2012

Appuntamento alla Chocolate Factory

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Zach e Mexican Mark a Chocolate factory

Mercoledì sera ero in preda a un dilemma esistenziale di proporzioni inusitate. Avevo passato un’altra giornata a combattere contro il freddo a Sanctuary, dove avevo provato Triple Sec perché Mark e Zach mi avevano detto che era più facile di Jesus Wept, entrambi 7c. Ma avevo sottovalutato la differenza di altezza, fattore determinante su tutta la via, e in particolare sul blocco iniziale. Dico solo che il tiro, in un primo momento, era stato gradato 7c+: di tutti quelli con cui ho parlato, prima e dopo, solo loro due lo trovano facile. Alcuni non passano nemmeno, tanto è morfologico il passo chiave. Da una rovescia svasa bisogna lanciare a un bordo, un metro più in alto, con il piede sinistro sotto la mano e il destro a sgattare alla disperata. Con le dita ghiacciate cercavo di arcuare quei buchi svasi e irregolari tipici di Red River, che non si sa mai come prendere, spalmando i piedi sul muro liscio dove mi ostinavo a segnare con la magnesite appoggi che semplicemente non c’erano.

Ma giovedì si preannunciava finalmente una giornata di sole. La prima da una settimana a questa parte.

Sole e caldo. Però io giovedì avevo un appuntamento. Avevo chiesto e ottenuto che Adam Ondra mi dicesse quando sarebbe andato alla Chocolate Factory per provare a vista i due 9a del settore. L’istinto di giornalista (seeeee’) mi diceva che non potevo perdere l’occasione di assistere a un evento storico di tale portata, e di raccontarlo, dopo avere fatto due chiacchiere con Adam. Peccato però che l’ arrampicatrice che è in me fosse poco d’accordo. “Eccheccazzo, mi diceva, “sono le tue vacanze, scala e fatti i fatti tuoi.” Tanto più che gli altri non erano troppo inclini a cambiare i piani per andare in quel settore, sperando che il fenomenale Ondra si materializzasse. Avevo praticamente rinunciato alla cosa, per evitare complicazioni organizzative, ma al mattino Zach e Mexican Mark avevano annunciato che tanto valeva dare un’occhiata: Mexican Mark avrebbe provato qualche 5.10 e poi ci saremmo spostati per raggiungere gli altri a Midnight Surf. Una piccola concessione al mio voyeurismo da giornalista.

Avrei dovuto sospettare qualcosa vedendo che, alle 10 di mattina, la falesia era deserta. Chissà perché, avevo sperato che Ondra provasse il tiro al mattino presto, ma con il passare dei minuti, mentre il sole si alzava e diventava sempre più caldo, mi rendevo conto che il ceco non si sarebbe fatto vivo prima di sera. Faceva caldo, troppo per provare a vista dei tiri come quelli. Tanto peggio. Personalmente non mi lamentavo certo della temperatura. Le vie di riscaldamento erano una più bella dell’altra, e potevo godermi il tepore del sole, finalmente libera da calzamaglie e triplo strato di magliette termiche. In fondo non mi dispiaceva neppure troppo potermene andare così, senza impegni, a provare il mio tiro sugli strapiomboni del Surf.

“Tanto le sgrada”, avevo detto a Zach mentre ce ne andavamo, trotterellando lungo il sentiero.

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A spasso sotto la pioggia

lunedì 29 ottobre 2012

Super storm Sandy

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Sarebbe stato tutto perfetto. Peccato che Super Storm Sandy, oltre a tutti i danni che sta facendo sulla costa orientale, abbia anche rovinato i nostri programmi, con una meteo mai vista prima nella storia di Red River. Pioggia ininterrotta e freddo polare. Mark e Zach, come tutti gli anni, hanno affittato una cabin da 15 persone, per due settimane: la cabina funge per quei quindici giorni da centro di gravità per tutti gli amici che passano da qui e per quelli che vengono apposta. Non una baita spartana, ma una di lusso, dotata di biliardo, idromassaggio sulla veranda, ampia cucina e tre bagni. Mark si è portato dietro tutti gli utensili per cucinare, e ogni sera prepara qualche piatto delizioso, giusto per sfatare il luogo comune che gli americani non sanno cucinare. Alla partenza la macchina era talmente piena che abbiamo dovuto mettere gli zaini sul tetto, in un borsone che avrebbe dovuto essere impermeabile. Ovviamente non lo era: scarpette, imbrago, corde… Tutto zuppo. Se non altro, il cabin è ben riscaldato, e il mattino successivo era tutto asciutto.

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Mark su Prometheus Unbound

Come ho anticipato, l’unico neo, per ora, è il tempo. Sabato pioveva, ma la temperatura era ancora sopra i dieci gradi, e la motivazione era alta: Zac si era alzato alle sei per registrarci a Torrent Falls, dove solo i primi 5 che si iscrivono hanno diritto a scalare con altre tre persone. Di base, la falesia è su terreno privato, e i proprietari gestiscono così l’accesso. Entrare non è scontato, e la falesia è una delle migliori, con gli strapiombi tipici di Red River.

Domenica è stata molto più impegnativa: più freddo, e pioggia che anziché diminuire col passare delle ore aumentava di intensità. Molte falesie in realtà offrono riparo, e anche la nostra, Sanctuary, era riparata. Dal bordo della parete, in alto, una cascata descriveva un arco che cadeva lontano, sugli alberi, spruzzando appena la parete e la fila di spit che portavano alla catena di Jesus Wept (7c), il tiro che avrei provato.

Sapevo già cosa mi aspettava, perché sul tiro di riscaldamento ero arrivata in catena con le lacrime agli occhi per il freddo alle mani. Sapevo di dover stringere delle tacche, ma sotto le dita non sentivo niente: non per i primi quindici minuti. Boulder in strapiombo, riposo su quelle che dovevano essere delle prese buone ma che a me sembravano blocchi di ghiaccio, boulderino tecnico, muro facile e passo chiave su biditi, appena sotto il tetto. Iniziavo a sentirmi bene lì, su quell’ultimo movimento di precisione, a due rinvii della fine della via.

Cinque minuti dopo, nonostante i guanti e il piumino, ero di nuovo in fase di congelamento avanzato.

Ma come diavolo fanno a chiudere i 9a in queste condizioni? Che cos’hanno al posto del sangue? Lava?

Tra la ragazzina di undici anni che chiude l’8c+ e Adam Ondra che fa il 9a+ flash (ma magari è più facile, a quanto pare), sembra che nessuno dei big patisca più di tanto il freddo: e oggi oltre al freddo c’erano pure le raffiche di vento, che portavano la temperatura a circa zero gradi. Tempo previsto per domani: come oggi, con in più qualche nevicata.

Come direbbe qualcuno: aderenza perfetta.

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Super storm Sandy

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Sarebbe stato tutto perfetto. Peccato che Super Storm Sandy, oltre a tutti i danni che sta facendo sulla costa orientale, abbia anche rovinato i nostri programmi, con una meteo mai vista prima nella storia di Red River. Pioggia ininterrotta e freddo polare. Mark e Zach, come tutti gli anni, hanno affittato una cabin da 15 persone, per due settimane: la cabina funge per quei quindici giorni da centro di gravità per tutti gli amici che passano da qui e per quelli che vengono apposta. Non una baita spartana, ma una di lusso, dotata di biliardo, idromassaggio sulla veranda, ampia cucina e tre bagni. Mark si è portato dietro tutti gli utensili per cucinare, e ogni sera prepara qualche piatto delizioso, giusto per sfatare il luogo comune che gli americani non sanno cucinare. Alla partenza la macchina era talmente piena che abbiamo dovuto mettere gli zaini sul tetto, in un borsone che avrebbe dovuto essere impermeabile. Ovviamente non lo era: scarpette, imbrago, corde… Tutto zuppo. Se non altro, il cabin è ben riscaldato, e il mattino successivo era tutto asciutto.

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Mark su Prometheus Unbound

Come ho anticipato, l’unico neo, per ora, è il tempo. Sabato pioveva, ma la temperatura era ancora sopra i dieci gradi, e la motivazione era alta: Zac si era alzato alle sei per registrarci a Torrent Falls, dove solo i primi 5 che si iscrivono hanno diritto a scalare con altre tre persone. Di base, la falesia è su terreno privato, e i proprietari gestiscono così l’accesso. Entrare non è scontato, e la falesia è una delle migliori, con gli strapiombi tipici di Red River.

Domenica è stata molto più impegnativa: più freddo, e pioggia che anziché diminuire col passare delle ore aumentava di intensità. Molte falesie in realtà offrono riparo, e anche la nostra, Sanctuary, era riparata. Dal bordo della parete, in alto, una cascata descriveva un arco che cadeva lontano, sugli alberi, spruzzando appena la parete e la fila di spit che portavano alla catena di Jesus Wept (7c), il tiro che avrei provato.

Sapevo già cosa mi aspettava, perché sul tiro di riscaldamento ero arrivata in catena con le lacrime agli occhi per il freddo alle mani. Sapevo di dover stringere delle tacche, ma sotto le dita non sentivo niente: non per i primi quindici minuti. Boulder in strapiombo, riposo su quelle che dovevano essere delle prese buone ma che a me sembravano blocchi di ghiaccio, boulderino tecnico, muro facile e passo chiave su biditi, appena sotto il tetto. Iniziavo a sentirmi bene lì, su quell’ultimo movimento di precisione, a due rinvii della fine della via.

Cinque minuti dopo, nonostante i guanti e il piumino, ero di nuovo in fase di congelamento avanzato.

Ma come diavolo fanno a chiudere i 9a in queste condizioni? Che cos’hanno al posto del sangue? Lava?

Tra la ragazzina di undici anni che chiude l’8c+ e Adam Ondra che fa il 9a+ flash (ma magari è più facile, a quanto pare), sembra che nessuno dei big patisca più di tanto il freddo: e oggi oltre al freddo c’erano pure le raffiche di vento, che portavano la temperatura a circa zero gradi. Tempo previsto per domani: come oggi, con in più qualche nevicata.

Come direbbe qualcuno: aderenza perfetta.

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venerdì 12 ottobre 2012

Di campeggi e altre amenità

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Si dorme in macchina? Be’, così avevamo deciso, ma in realtà siamo riusciti a dormire in macchina solo la prima notte: dopo avere scoperto che ci sono i bunk bed a 8$, ci rifugiamo prontamente nella camerata, che in realtà è vuota. Perché non in tenda, direte voi? Be’ perché in primo luogo questo non è un campeggio, è un terreno agricolo trasformato in accampamento militare, senza alberi né erba, con un grosso capannone centrale in cui si può fare vita sociale fra i tavoli e i divani pulciosi e buttarsi per terra a dormire senza raccogliere la brina della notte sul saccoapelo. E in quanto terreno agricolo più che ameno campeggio verdeggiante, il nostro desiderio di immergerci nella natura è alquanto ridotto.

In tutto il campeggio ci sono solo quattro toilette, o bagni, e due docce. Considerati gli odori maschi che si sentono in falesia, ci pare che il problema della doccia non sia molto sentito. In compenso, internet funziona benissimo, e tutti sono molto gentili.

Verso le sette del mattino di domenica sentiamo il cuoco che ciac ciac ciac ciac taglia le cipolle per la colazione (io immagino siano cipolle, magari è qualcos’altro, forse bacon), ma se non altro abbiamo dormito bene. Sempre sperando che non ci siano passati i topi, di lì...

Un grosso pick-up Ford è parcheggiato davanti al capannone col motore acceso: probabilmente le emissioni di quel bestione equivalgono a quelle di tutta la città di Torino. Altro che Euro 3, 4 e 5, qui i motori devono puzzare, altrimenti che macchine sono?

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Il capannone: sul lato sinistro, un piccolo pannello (e sui materassi ci si dorme); sul divano, una bambina addormentata nonostante il casino intorno a lei.

Giornata nuova, falesia nuova. Non resistiamo alla tentazione di fare una vista a Eastern Skybridge, su consiglio di Mark. Veniamo invariabilmente attratti da Soul Ram, un 12b a cinque stelle (cinque, dico cinque!) firmato Porter Jarrad. Io ne sono all’oscuro, ma la guida spiega che la via è dura per il grado (e te pareva che ne scegliamo una facile) e che bisogna fare attenzione a non perdere la testa…. Il perché lo capiamo in fretta. Altro che Ceüse, qui di spit hanno veramente fatto economia, anche e soprattutto nelle sezioni dure. Il muro è perfettamente verticale e di magnesite nemmeno l’ombra: più spesso che volentieri ci troviamo a strizzare qualsiasi cosa, cercando il modo per alzare i piedi e arrivare all’appiglio successivo. Che sarà un po’ più in alto, ma dove non si sa. il climax della mia giornata è un volo eterno da spit (in cui avrei voluto passare il rinvio) a spit precedente: cinque metri di distanza, per due di caduta, uguale dieci. Non me ne accorgo nemmeno, ma appena mi stacco dalla parete caccio un urlo che finisce solo quando finalmente sento la corda in tensione. Jaco, sotto, se la ride. “Piaciuto il volo?” mi chiede, con un sorrisetto furbo. Lui lo sa bene, di voli ne ha fatti almeno cinque, in quel punto. Come no. Animo, siamo solo a metà via….

venerdì 5 ottobre 2012

The answer

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Gli dèi congiuravano contro di noi, ma ce l’abbiamo fatta. A causa di qualcuno (non diciamo chi) che aveva lasciato un portafoglio in un luogo non bene identificato, e delle conseguente necessità di recuperare detto portafoglio, anziché partire alle cinque e arrivare a mezzanotte siamo partiti alle sette e mezza e arrivati alle quattro di mattina. Ma ce l’abbiamo fatta. Se non altro, gli amici che erano partiti alle 4 sono rimasti imbottigliati, immobili in autostrada per un’ora buona, a causa degli onnipresenti “construction works”. Avete presente fare un’autostrada col cemento, anziché con l’asfalto?

Lungo la strada, un’insegna fosforescente con scritto “Christ is the answer”, ben visibile dall’autostrada, ci ha fatto riflettere sul possibile paradosso di avere un incidente lì, davanti a quella scritta al neon. Sì, eravamo stanchi, ma ci sembrava una prospettiva tarantiniana. D’altronde, dovremmo essere abituati ai cartelloni di propaganda religiosa: uno particolarmente interessante (che puntualmente ci fa ridere, sempre in Ohio) dice: “Food for the soul has no calories”. Jaco sostiene che il prete in questione sia particolarmente spiritoso. Oppure gli americani particolarmente fissati con le calorie, decidete voi.

Questa volta abbiamo scelto l’opzione “cheap”: campeggio scassone e si dorme in macchina. La crisi del mattino (dovrei dire del mezzodì, vista l’ora in cui ci alziamo) è evitata per un soffio: ho preso il fornello, ma non la bombola. Impossibile iniziare la giornata senza caffè, ma per fortuna in giro nella “cucina” c’è un bollitore: no, non voglio sapere che cosa ci galleggi dentro, grazie. La cucina è quella che vedete sotto, una struttura di legno che ripara i commensali dalla pioggia, tavolacci di legno con relative panche e un lavandino. No, niente fornelli. La desolazione che vedete sotto è dovuta al fatto che alle 12 di mattina (sabato ci siamo svegliati un po’ tardi) in campeggio non c’era più nessuno. La cucina era tutta per noi. Che fortuna...

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La scelta per la giornata era caduta sulla Muir Valley: in pratica, un’immensa proprietà privata, curata dal proprietario che ha costruito due parcheggi per i climber e una serie di scale che costituiscono l’avvicinamento più rapido alla falesia. Le scale non sono però l’accesso “pubblico”, ma forse gli siamo simpatici, perché ci rivela il segreto. Essere stranieri ha i suoi vantaggi, gli italiani fanno un po’ esotico.

La scelta della falesia è una scommessa, perché nella Muir Valley c’è la maggiore concentrazione di vie facili di tutte la zona, e in effetti i parcheggi sono pieni. Ma la fortuna ci assiste: tutti gli arrampicatori che incontriamo lottano per strapparsi i 5.9, e dal 5.11b in su non scala nessuno.

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(Il campeggio Land of Arches al risveglio)

I colori dell’autunno ci lasciano senza fiato. Rosso, giallo intenso, tutte le sfumature del verde, incredibilmente vividi nell’aria frizzante. E’ svanita la cappa di umidità dell’estate, i serpenti sono tornati nelle loro tane e il bosco è carico di profumi. In compenso, con l’autunno i climber si sono svegliati tutti, e sono nel pieno della loro attività.

Arrivo in catena su un tiro di riscaldamento e di fianco a me sento un tipo che protesta vivacemente perché la sua fidanzata, da sotto, vuole che lui rimetta i rinvii che ha appena tolto - scalando da secondo - dal loro 6b. Ci tengo a precisare che il tipo in questione era arrivato in falesia dispensando a noi e agli altri presenti consigli su cosa fare, quale via scalare, quale fosse più dura e quale non valesse il grado. L’esperto di turno.

“No che non li rimetto, i rinvii, siete matti!” “Sono pazzi” borbotta fra sé e sé. “E’ pericoloso, dondolarsi sulla corda passata solo in catena”, mi spiega, un po’ in imbarazzo per il mio sguardo perplesso. Panico da pendolo, è ovvio. Ma in realtà c’è anche la percezione diffusa che sia meglio evitare qualsiasi attrito con il moschettone di catena dei tiri, e persino con gli anelli inox. In molti si calano in doppia. La sabbia dell’arenaria che si deposita sulla corda in effetti consuma facilmente il metallo, e ci sono stati dei casi di moschettoni (di rinvii) lasciati in posto che si sono spaccati di netto a causa di una caduta, ma qui si parla di anelli inox… Sono Pazzi Questi Americani!

(Segue)

lunedì 27 agosto 2012

2000km per pitch

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You never know. Well, that’s so true, and we proved it yesterday, our first day back home, when we spent the afternoon at a crag we normally would have scorned, Le Pozze. Located in a narrow gorge on a river that has considerable water even in the summer, the crag is somehow gloomy, humid and more often than not chipped.

But it is one of the climbing areas closer to home, and one of the few suitable for this heat.

We did not have many alternatives, considering that we woke up at 1.30pm and were both still dizzy from the jet lag; but surprisingly enough, we managed to enjoy the slippery holds and secluded feeling. A crag 30 minutes from home is a luxury that demands to be acknowledged, but we did not realize that until we moved to a place where the closest outdoor climbing is 6 hours away.

Thus, we looked at it with different eyes. With a hint of nostalgia, too.

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There is not much choice of routes, and the schedule allows for little variations. We had never warmed up on the 5.11a crack that follows on the left the daunting bombé (the hard routes on the overhang are a chipping fest, but would have been unclimbable otherwise), and I proposed to climb it for a change. I reckon that I wouldn’t have ventured to do so, hadn’t it been for our trips to New River and Devil’s Tower. I never thought that the bolts were out of place on the crack of Le Pozze, and I still don’t think there’s much to say about them, since they belong to a different age; but I am pretty sure nobody would have thought of bolting that line, in the U.S.

Yeah, that’s right, I have a crush for cracks, I admit it. And yet, crimping our small, nasty crimpers felt so good!

We would never have thought that we could travel from the United States to climb here, in this crag from the 90s; 8000 kilometers to get here and climb 4 pitches in a late summer afternoon. That amounts to a ratio of 2000 kilometers per pitch: we’ve broken all previous records!

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sabato 21 luglio 2012

Ten Sleep

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Temperatura intorno ai 40° (celsius); niente che interrompesse la monotonia del paesaggio fra Devil’s Tower e Buffalo, sulla strada per Ten Sleep. Contrariamente a quanto ci saremmo aspettati, però, la Highway 90 era tutt’altro che deserta. Sembra che gli americani non possano resistere al richiamo della strada, e ad ogni buona occasione si mettono in macchina, o in moto, chi per raggiungere una località definita, chi semplicemente per viaggiare. Prima di lasciare Devil’s Tower avevamo incontrato due ragazze che erano partite dall’Oregon - costa ovest - con destinazione New York - costa est. I bagagli le avrebbero raggiunte dopo. Cambiavano città e vita. Tempo di viaggio: due mesi. Mezzo utilizzato: bicicletta. Provate a immaginare voi stessi mentre pedalate sotto il sole a picco, quasi desertico: davanti a voi, per decine e decine di miglia, un paesaggio simile a quello della foto (le strade sono asfaltate, noi eravamo appena fuori dell’autostrada). Come loro, molti altri pedalavano lungo la 90, diretti chissà dove.

Dopo Buffalo avevamo finalmente intravisto le montagne. La strada saliva e curvava, anche se non con gli stretti tornanti delle Alpi. Dopo sei mesi in cui la massima altitudine che avevamo raggiunto poteva essere sì e no 300 metri, c’eravamo trovati a quasi 2500; e continuava a fare caldo. Eravamo arrivati a Ten Sleep.

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Ten Sleep è un comprensorio di falesie situate lungo i lati del canyon omonimo; le diverse esposizioni permettono di scalare anche in piena estate, ma lo stile è abbastanza uniforme. Pareti verticali o leggermente strapiombanti a buchi e tacchette. Chiodatura da manuale, talvolta fin troppo ravvicinata. Unico neo: eravamo arrivati nella settimana del 4 luglio, in corrispondenza del festival che si tiene tutti gli anni in quel periodo. Cosa che, tradotta, significa che un posto normalmente deserto era talmente pieno di gente da non riuscire a scalare. Nei settori più gettonati, i local salivano in falesia ben prima che la parete andasse in ombra e aspettavano sotto al proprio tiro, per essere sicuri di occuparlo per primi. Una ragazza svizzera ci aveva raccontato di avere aspettato un’ora e mezza per provare un 7b, e di avere poi rinunciato quando gli scalanti le avevano fatto capire che per lei non c’era spazio.

Avevamo adocchiato sulla guida alcuni 7c che sembravano interessanti, ma la quantità di gente in coda ci aveva tenuto lontano - a meno di voler fare due tiri in tutto il giorno. Lo stile che andava per la maggiore era quello dell’assedio, dunque meglio rinunciare… In compenso, io avevo salito flash un 7b di ripiego che si era rivelato magnifico, così come tutte le vie fra il 7a e il 7b su cui avevamo messo le mani. La folla sembrava concentrata fra due settori, lo Slavery e il French Cattle Ranch, dove ovviamente bisognava accontentarsi di quello che si trovava libero; ma chiedendo in giro, pochi conoscevano gli altri settori. Così ci eravamo guadagnati una giornata di solitudine alla Mecca, su una parete circondata da grossi massi caduti e ammassati contro il fianco della montagna, in un silenzio surreale. Beh, considerato che avevamo camminato un’ora, rischiando più volte di perderci, non era strano che la falesia fosse deserta….

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L’ultimo giorno ci eravamo imbattuti in Jonathan Siegrist, l’astro nascente dell’arrampicata sportiva americana. L’avevo intervistato la settimana prima, ma ovviamente incontrarlo di persona era un’altra cosa. Alla mano, sorridente, ci aveva raccontato dei suoi progetti e a sua volta ci aveva chiesto se gli americani fossero disponibili e ospitali nei nostri confronti. “Dove vivi?” gli avevo chiesto alla fine, aspettandomi che rispondesse “Colorado”.

“In realtà non ho un posto fisso”, aveva risposto facendo spallucce. “Giriamo col furgone.” Da una falesia all’altra, da un progetto all’altro, fra Europa e Stati Uniti. Chi vuole fare a cambio?

giovedì 31 maggio 2012

Summersville

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Summersville. Quale nome più adatto per una falesia che affaccia sull’omonimo lago, in cui ci si può persino tuffare fra un tiro e l’altro? Non siamo esattamente nel comprensorio di New River, ma la zona è abbastanza vicina da meritare una visita, e la promessa di un bagno fa il resto, considerando la temperatura stabile sopra gli 80° Fahrenheit, che sia notte o che sia giorno, con picchi verso i 90°, umidità alle stelle, e nemmeno un refolo d’aria. Gli strapiombi che caratterizzano la falesia ne costituiscono la forza d’attrazione, tanto più in una zona come New River, dove i settori classici non offrono simili inclinazioni.

Potrebbe sembrare un luogo idillico, ma non è così. Il problema non sono i serpenti, né l’edera velenosa: il vero, serio problema di questo posto sono i vacanzieri del fine settimana che infestano il lago, lanciati a tutta velocità su motoscafi e acquascooter in una direzione e nell’altra, mentre mamma papera cerca invano di portare avanti la lezione di navigazione ai paperotti che le stanno attorno. Grasse signore biondo finto tengono orgogliosamente il timone del loro mezzo, chioma al vento e cellulite svolazzante, guardandosi attorno per carpire gli sguardi invidiosi di chi è senza motoscafo, o ne ha uno più piccolo. I passeggeri delle barche meno sportive e più lente si dedicano a birra e picnic, osservando compassionevoli i poveracci a bordo lago, talvolta alzando la mano in un saluto aristocratico. Qualche raro momento di quiete fa sperare che possa tornare la pace, finché un altro motoscafo non attraversa il lago con un boato, mentre quelli a bordo lanciano gridolini o squittii di esaltazione. Tutto il giorno così, fatta eccezione per una piccola pausa intorno all’ora di pranzo. Ovviamente.

Anche gli scalatori sono ben più numerosi della volta scorsa, forse perché a differenza di Pasqua il Memorial Day è davvero vacanza; riusciamo a dribblare la folla in falesia, ma il momento critico è la cena. Davanti a Pies&Pints, che offre qualcosa di abbastanza simile a una pizza nostrana (aglio a parte), c’è una coda che arriva fino al parcheggio; stesso discorso per il messicano, in cui però ci fanno entrare a smorzare la fame con birra (la Dead Guy o la John John sono un must per chi ama le ambrate!), chips e guacamole. Viva il guacamole.

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sopra….

…e sotto

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Nel tentativo di allontanarci dalle orde barbariche di arrampicatori, domenica ci spingiamo fino alla zona dei Meadows, che richiede un tragitto in macchina più lungo e impervio, con tanto di guado (vedi foto in alto) che nasconde una vera e propria cascata. L’alternativa sarebbe stata un ponte di legno che la guida non raccomanda: “Attraversatelo a vostro rischio e pericolo”, è la lapidaria spiegazione. Se non altro, per arrivare qui bisogna avere un SUV o un fuoristrada, o una macchina da rottamare.

In falesia, un arrampicatore lancia urla selvagge di soddisfazione mentre si fa calare, tanto che pensiamo abbia chiuso il tiro; ma a ben guardare, la corda non è in catena, neanche lontanamente in catena; a quanto pare, il tipo è soddisfatto perché è riuscito ad arrivare un chiodo più in alto della volta prima. “E com’è la parte successiva?” mi informo. “Ah, non ne ho idea”, risponde. “ Non ci sono mai arrivato.”

SPQA (cfr. per chi conosce Asterix e Obelix: Sono Pazzi Questi Americani). Non tutti, ma alcuni sicuramente.

La conferma delle stranezze americane, arrampicatorie e non, ci viene dalla giornata, l’ultima, al settore Junkyard, una parete che prima dell’intervento del National Park era una specie di discarica in cui i locali gettavano vecchie lavastoviglie, copertoni, bottiglie e quant’altro, e che ora è dedicata per interno all’arrampicata trad. Mentre noi (io soprattutto) sbuffiamo e sudiamo per piazzare i friend nella fessura di New Yosemite (5.9, ma bisogna incastrare mani e piedi, e di tacche in zona neanche a parlarne!), intorno a noi cadono corde dall’alto, sistemate secondo le indicazioni di quelli alla base della parete: “Facciamo questo, buttala giù qui” e così via, di preferenza sui tiri “moderati”, intorno al 5.8. Siamo praticamente gli unici, insieme ad altri due ragazzi, a scalare dal basso.

Come sempre, i gradi sono alquanto stretti, ma dovendosi affidare a friend e nut la cosa si sente ancora di più, e per me è la prima volta. Jaco fa strada, poi scendendo toglie tutto e mi spiega per filo e per segno cosa usare e come. Insegnamenti preziosissimi, visto che su Rapscallion’s Blues (5.10c, ovvero 6b) decido di mettere alla prova un nut da 2. Non so perché, non so per come, visto che sui 6b non cado più da anni; fatto sta che in un passaggio in cui bisogna spalmare i piedi vado in panico, le mani sudano sulle uniche prese piatte del tiro, penso alla morte, inizio a sgommare sulla roccia liscia tipo gatto Silvestro - con il pelo dritto, ovvio - e all’ultima scivolata cado, due metri sopra il chiodo. Ma che chiodo, sopra il nut, piccolino, infilato - spero bene - nella sua fessurina. Atterro sette metri più sotto, abbastanza scossa da non fiatare e da non smadonnare come faccio di solito quando cado stupidamente.

Be’, l’avevo messo davvero bene. Come si fa in bici: mi rimetto in sella e riparto verso la catena, ancora lontana. Quando mi calo, Wes mi dà il cinque (eh sì, si fa così). Io grugnisco fra qualche lacrimuccia: “Awful” (terribile) e lui mi corregge: “Awesome!” (magnifico).

Ma sì, in fin dei conti… Quando lo rifacciamo?

martedì 1 maggio 2012

Heart Shaped Box

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(sopra, il Buckeye Buttress, ancella del Motherlode; Heart Shaped Box è l’ultimo tiro a destra. Vicino all’albero, sì, ci si cade quasi sopra se si manca la catena!)

La cena del sabato sera a Red River è sempre una soddisfazione. La consuetudine della compagnia, cui ci siamo volentieri adattati, prevede un lauto pasto da Mi Finca, un ottimo ed economico ristorantino messicano, che serve porzioni adatte a sfamare la voracità dei climber. L’alternativa sarebbe la pizza da Miguel, ma tutto sommato meglio un messicano verace che una pizza americana (con l’aglio).

Incredibilmente, siamo sempre gli ultimi a finire; gli altri spazzolano il piatto in cinque minuti, come se la norma fosse un food “fast”, veloce comunque, anche quando di tempo ce n’è.

Per domenica negoziamo una sveglia alle 7 (qualcuno aveva persino proposto le 6.30); per colazione ci raggiungono Zac e Doug, che hanno dormito in campeggio, portando a 7 il numero di persone occupanti uno spazio di 20 metri quadri più bagno. Con grande sorpresa di tutti, ma soprattutto di Jaco, sono pronta in tempo record, considerando la mia usuale lentezza mattutina. Questione di sopravvivenza. I tiri di riscaldamento sono pochi, e già noi siamo un gruppetto nutrito; se poi aggiungiamo il resto del mondo, il rischio di non riuscire a scaldarsi è molto concreto.

Siamo i primi a parcheggiare, i primi a mettere piede in falesia; tutte le ragnatele che mi si impigliano nel naso lungo il sentiero provano che nessuno ancora è passato di lì, questa mattina. Sono le 8.30. Non credo di avere mai iniziato a scalare così presto, fatta eccezione per le vie lunghe. Poche. L’aria è fresca, leggermente frizzante, e attorno a noi non si sentono altri rumori se non quelli del bosco. Ancora per poco, purtroppo.

Italia Team stamattina è in forma. Ieri è saltato fuori l’appellativo America Team per i nostri compagni di viaggio, e di conseguenza quello di Italia Team per Jaco e me. Balziamo avanti in classifica con lo sprint per arrivare in falesia, e poco dopo mettiamo a segno altri punti quando prima Jaco e poi io infiliamo una dopo l’altro Heart Shaped Box (5.12c).

What’s next? Il Motherlode ci chiama; ci siamo presi una piccola soddisfazione, è ora di passare alle bastonate. Non puntiamo nemmeno troppo in alto: l’obiettivo è 8 Ball, 5.12d (che sarebbe 7c). Secondo Mark, su questa via arrivi alla sezione dura che non sai perché, non sai per come, semplicemente ti si sciolgono gli avambracci. Descrizione quanto mai azzeccata, tanto più che il caldo tropicale concorre ad avvicinarci al punto di fusione. Tempo qualche settimana, e la stagione sarà finita. Si potrà comunque evitare il sole scalando presto al mattino, o nei settori più riparati, ma considerando il poco tempo a disposizione nelle nostre fughe del fine settimana la cosa diventa già molto più faticosa, e complicata.

Anche qui, come ovunque, ci sono quelli che hanno scelto uno stile di vita alternativo, lavori precari e vagabondaggio per il mondo, di falesia in falesia; quelli che non devono tornare a casa perché per un po’ la loro casa sarà qui. Un ragazzo racconta a un amico che se n’è andato da Bishop perché si era stufato, che fino a novembre rimarrà a Red River. Facile invidiarli, mentre carichiamo in macchina zaini e vettovaglie, pronti a metterci in strada. Tra sei ore saremo a casa.

(sotto, Jon indica a Jaco le vie del Motherlode)

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(sotto, ancora una foto di Dylan sul tiro di defaticamento del sabato, No Redemption)

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lunedì 30 aprile 2012

Jungla, serpenti e affini

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(above: we compared it to a doc by Kentucky gov, and we’d say it’s a Black Rat Snake… non venomenous!)

La cosa incredibile di questi viaggi è lo scarto climatico fra uno stato e l’altro; in Michigan è ancora inverno, in Kentucky estate inoltrata. Le previsioni annunciavano temperature superiori ai 20 gradi, ma di nuovo si sbagliavano, perché qui ce ne saranno almeno 30. Attorno a noi, la giungla prende vita, gli animali che la settimana prima erano ancora nascosti iniziano a strisciare, volare, ronzare, affacciarsi guardinghi fra una pietra e l’altra.

Il primo incontro con una creatura della foresta avviene a fine giornata, nel settore chiamato Bob Marley. Una volta pressoché abbandonato, una sorta di “falesia fantasma” dove nessuno metteva piede, regno di alcuni progetti impossibili, una manciata di vie di tetto corte e boulderose, e alcune chiodature incomplete. Fino al 2007, quando proprio Bob Marley offre la chicca finale del Petzl Roc Trip, la “ultimate route”: 50 words for Pump (non so a voi, a me di parole per descrivere la ghisa su questi strapiombi ne servono molte meno). Il progetto fino a quel momento irrisolto viene salito da Fuselier, che conferma il grado 5.14c - duro - e apre la stagione d’oro di Red River, che diventa a pieno titolo una delle destinazioni dei top climber di tutto il mondo.

Qui incontriamo Jon e Dylan, venuto a confrontarsi con la “bestia”. Appena dietro l’angolo troviamo Route 22, una via accattivante, un magnifico 5.12 di placca, con un impressionante run out per arrivare in catena, su un’inclinazione purtroppo poco adatta alle cadute lunghe. Rose, una ragazza con i riccioli e un sorriso ammaliante, ci racconta tutta felice di essere finalmente riuscita a chiuderla dopo un volo terribile dalla catena, in cui aveva sbattuto di faccia contro la cengia. Però. Motivati anche dal desiderio di evitare simili incidenti, facciamo valere la nostra reputazione di arrampicatori da placca (è la scusa con cui spieghiamo agli amici perché sugli strapiombi facciamo tanta fatica!) e mettiamo il segno di spunta anche a questa. Quando i muri verticali saranno finiti verranno i tempi duri…

(sotto, Dylan su No Redemption, 5.13b)

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Stiamo lasciando la falesia quando Jon vede il serpente, un attimo prima che Dylan gli passi molto, molto vicino. Non è un Copperhead perché è tutto nero, e non sembra nemmeno molto aggressivo, ma non abbiamo voglia di verificare la sua pericolosità. Mentre Jaco gli fa qualche foto, una lucertola (o una salamandra?) spuntata da una roccia vicina lo osserva; a mezzo metro da dove siamo noi, non sembra minimamente spaventata, anzi, pare curiosa.

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Un documento ufficiale del governo del Kentucky spiega che il miglior modo per identificare un serpente velenoso consiste nel guardarlo negli occhi: i tre esemplari velenosi, appartenenti al gruppo delle “pit vipers”, hanno le pupille verticali, mentre i serpenti inoffensivi le hanno rotonde. Bisogna già essere abbastanza vicini… Sullo stesso documento identifichiamo il nostro amico: è un Black Rat Snake, non velenoso, uno dei più grandi della zona. Si nutre di topi e ratti e viene definito un buon arrampicatore: questo spiega perché si trovasse in un settore così duro!

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mercoledì 25 aprile 2012

Il Lode

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“All’inizio mi facevo condizionare molto dalle previsioni”, ci spiega Mark, “ma poi ho capito che non ci si può fare troppo affidamento.”

“Quindi si scende lo stesso”, aggiunge Zach, rispondendo allegramente alle mie domande sulle condizioni per il fine settimana.

Ad ogni modo, pare che questa sia una delle volte in cui la meteo non ci ha preso, visto che di sole non c’è nemmeno l’ombra, e anzi la pioggia non accenna a smettere, né il cielo ad aprirsi. Nessuno si scompone, pazienza per l’umidità, pazienza per il freddo. Del resto, dopo aver affrontato un viaggio così lungo non ci si può mica lamentare, no?

Oltretutto, molti settori di Red River offrono riparo dalla pioggia, e alcuni non si bagnano nemmeno sotto il diluvio; quasi non ci si accorge nemmeno che sta piovendo. Neache a dirlo, il Motherlode è uno di questi.

Di fronte alla scelta fra uno strapiombo a 35 gradi e un muro inclinato a 15, io propenderei naturalmente per la seconda opzione; ma d’altro canto sia a me sia a Jaco sembra quasi un’eresia, trovarsi in un luogo simile e preferire una parete verticale. Venduto. Vada per gli strapiombi. Si parte con Chainsaw, un modesto 7a+ (si fa per dire…)

Il primo problema che incontriamo (anzi che incontra Jaco) è un ragno gigantesco annidato sulle prese che portano alla catena; e quando dico gigantesco, voglio dire proprio grosso, e peloso.

Mark, calandosi dal tiro di fianco, riesce a buttarlo giù; cade a piombo come se fosse una pietra, con lo sguardo riusciamo tutti a seguirlo distintamente, e a vederlo atterrare. Ma anche risolto il problema ragno, il nostro rapporto con quel tiro, e con quelli di fianco, non accenna a migliorare. Quasi quasi ci spostiamo…

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(sopra, Jaco su Heart Shaped Box)

Ne valeva la pena. Il tiro si chiama Heart Shaped Box (5.12c); strapiombo leggero, buchi, increspature della roccia da stringere come se fossero tacche. Vado in avanscoperta, talmente rinfrancata dal trovarmi su un terreno congeniale che non mi accorgo nemmeno delle cadute. Dopo New River, difficile avere paura su un terreno davvero sportivo, come questo...

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(sopra, Jon sul Snooker, 5.13a al Motherlode)

Il secondo giorno, come d’abitudine, ci si sveglia presto (un male purtroppo necessario, tirarsi su dal letto alle sette) per poter sfruttare appieno la mezza giornata prima di dover tornare a casa. Arrivare in falesia prima delle nove ha l’innegabile vantaggio di non doversi contendere con nessuno i tiri più facili; soprattutto in un posto come il Solar Collector, che funge da settore di riscaldamento per le zone contigue, molto più dure. Il muro della Gold Coast (guardate la foto di Jon su Golden Boy, per farvi un’idea), con nostro sommo dispiacere offre solo tiri dall’8a in su.

Nonostante il freddo, e l’inclinazione del Collettore Solare, intorno ai 30°, oggi siamo entrambi in buona, e tutto i tiri che proviamo vanno via in scioltezza. Sarà per l’aderenza, o per l’incentivo delle “chocolate covered cherries” (ciliegie ricoperte di cioccolato), riesco a chiudere a vista Supafly (5.12a, il mio primo in terra straniera) e vado da Mark - che distribuisce dette ciliegie a chi realizza la prestazione della giornata - a riscuotere il premio. Come ogni Maestro di Cerimonie che si rispetti, Mark mi consegna solennemente le ciliegie di cioccolato, e io le assaporo il più a lungo possibile. Chissà quanto dovrò aspettare prima di mangiarne altre...

Il volo di Jon è uno dei più lunghi che abbia mai tenuto. Fa il movimento dinamico di Golden Boy dopo il passo duro, e da sotto vedo la luce filtrare tra le dita della sua mano e la presa, afferrata al pelo. Due movimenti lo portano al rinvio, prende corda per moschettare e in quell’esatto momento cade - ma sono riuscita a recuperare un po’ di lasco. Jaco, che sta fotografando, lo vede sparire dall’obiettivo, e io schizzo al primo rinvio, con Jon uno o due metri sopra di me. Dall’altra parte, Zac e Mark sentono solo la respirazione pesante di Jon che si trasforma in una risata liberatoria. Beh, meno male che l’ha trovato divertente!

(Jon su Golden Boy, 5.13b)

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Di fianco a noi, uno dei tanti bambini prodigio che ci sono in giro prova un 8b+, con il padre che lo assicura, paziente. Una telecamera registra tutto, per permettere la successiva analisi e correzione degli errori. Metodo scientifico, massimo rigore, divertimento… giudicate voi. “Adesso voglio che tu faccia bene attenzione”, dice il ragazzino al padre in tono serissimo, quasi seccato, o spazientito. “Guarda bene dove metto i piedi e che movimenti faccio, devo poterli ricostruire, dopo.”

Nuove generazioni…

(sotto, Jon su Snooker, 5.13a)

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lunedì 23 aprile 2012

New River - Endless Wall

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Le abbiamo provate tutte, ma fino a questo momento non siamo ancora riusciti a capire bene quale sia l’edera velenosa. Foglie lucide o opache? Tendenti al rosso o verdi e basta? Vista l’incertezza, abbiamo iniziato a camminare a zig zag, evitando con cura qualsiasi arbusto ederiforme o foglia protesa che fosse, con risultati comici e poca efficacia; e abbiamo altresì evitato di posare zaini e vestiti in punti in cui vi fossero altro che sabbia e pietre. Sospettiamo che una caratteristica siano le foglie attaccate a gruppi di tre, ma dato che ognuno propone un diverso sistema di identificazione, rimaniamo un po’ dubbiosi.

L’edera velenosa è comunque il minore dei problemi, dato che la lista dei pericoli che si possono incontrare in falesia comprende:

- la suddetta edera velenosa, o poison ivy

- gli orsi

- serpenti vari

Per quanto riguarda gli orsi, ne troviamo menzione in un cartello all’imbocco del sentiero che porta a Endless Wall, uno dei settori più scenici di New River, raggiungibile sia attraverso scalette di metallo che scendono quasi verticali verso la falesia, sia in calata (ho dimenticato di inserire nella lista gli avvoltoi; generalmente non danno problemi, a meno che non scegliate male il punto di calata).

Detto cartello spiega che, nel caso di incontro con un orso, è bene evitare di avvicinarsi, mentre conviene invece allontanarsi senza mostrare segni di paura, quindi senza correre e soprattutto senza voltare le spalle all’animale. Un’altra possibilità consiste nel mostrarsi grossi e pericolosi, ma francamente non saprei bene come attuarla.

Pare invece che “fingersi morti o salire sugli alberi non sono soluzioni consigliate”. Nel caso di un attacco, è necessario “reagire cercando di difendersi con qualsiasi strumento a disposizione”. Incoraggiante. Riprendiamo a camminare facendo rumore, come suggerito dalle istruzioni. Ma quando escono dal letargo, gli orsi?

Un altro cartello spiega invece di fare attenzione ai “copperhead”. Dato che la zona è rinomata per il trad, in un primo momento pensiamo che l’avvertimento sia legato ai pericoli dell’arrampicata tradizionale; ma leggendo poi che questi copperhead si annidano nelle fessure, Jaco si rende conto che non stiamo parlando di ferri, ma di un serpente, anzi di uno dei serpenti più velenosi che ci siano al mondo. Giusto nel caso che uno sopravviva all’orso.

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Nonostante tutto, oggi ci va bene. Niente edera, e niente orsi. Gli unici avvoltoi che vediamo non ci prestano molta attenzione.

La falesia è deserta, come al solito, e dopo due primi tiri da malditesta (sfido uno che fa il 6b ad arrivare in catena su questi tiri di riscaldamento) finalmente raggiungiamo l’illuminazione, e capiamo la magia del luogo. Ci abbiamo messo solo quattro giorni, alla fine. Appena prima della catena, la linea di Discombombulated (5.11b, 6c) si sposta sullo spigolo della parete, e in quel momento si rivela tutto il paesaggio sottostante: il fiume, lontano sotto di noi, quasi sfocato nel calore del sole; il verde lussureggiante delle foreste, gli avvoltoi che volano senza emettere un suono e senza movimento apparente. Sembra tutto immobile, e immenso, talmente selvaggio da togliere il fiato. Un luogo che richiede impegno, che non si lascia consumare.

Saliamo in macchina in preda all’esaltazione e spariamo a palla il rock dei Black Keys; rock nelle orecchie, rolling lungo la highway che ci riporta a casa, e senso di totale libertà sotto le dita.

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mercoledì 18 aprile 2012

New River - Kaymoor

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 (In alto, lo spigolo di Scenic Adult, 5.11c, a Kaymoor. Mancando purtroppo arrampicatori in falesia, non siamo  riusciti con le foto a rendere l'idea...)

Chi l'ha detto che i climber americani sono più educati? Mediamente è vero, ma la lotta per il riscaldamento evidentemente fa dimenticare le buone abitudini.

A Kaymoor, come negli altri settori, le vie facili non abbondano. La zona migliore per iniziare la giornata si chiama Butcher’s Branch; purtroppo, le nostre speranze di scalare il mitico 5.9 Flight of the Gumbie sfumano in fretta. Su quello, come su praticamente tutte le vie fino al 5.11c, ci sono già varie cordate all’opera o in attesa del proprio turno. Con cortesia chiediamo ad un gruppetto se possiamo salire il tiro di fianco al loro, l’unico libero. "No, stiamo per partire", spiega un tipo senza imbrago, dando istruzioni a uno scalante in top rope affinché monti anche quella via. Giusto in quel momento lo scalante molla la presa e rimbalza fino a terra, o poco ci manca. Inizia la lotta per riattaccarsi e riguadagnare i metri perduti. "Possiamo mettervi su i rinvii", proponiamo speranzosi.

“Abbiamo appena iniziato a divertirci", risponde secco quell'altro.

Devo trascinare via Jaco (e me stessa) per evitare la rissa.

Ci spostiamo verso Seven Eleven, in cerca di un altro possibile tiro di riscaldamento fuori portata di vista e di udito, ottimo sulla carta, 5.10c. La guida spiega di salire sul blocco staccato dalla parete e di partire da lì. "The first step across the gap would be a doozy if you blew it." Mmm. Se sbagliate il primo passo... Che vuol dire "doozy"? Anche senza dizionario, è facile intuire a che cosa si riferisca la guida. Il blocco su cui salire - ovviamente senza incontrare protezioni  -  è alto circa 3 o 4 metri ed è staccato di un metro dalla parete. Il primo spit della via si trova a tre metri dalla partenza, e i primi movimenti non sono eccessivamente abbordabili. Caduta=doozy=qualcosa di molto, molto, molto brutto.

Meglio un tiro più duro che morte certa; se non altro, i tre 5.11c del settore hanno tre o quattro stelle, e sono dei veri e propri “must”. Unico neo, l’obbligo di pre-moschettonare il primo rinvio: se non disponete di una canna da pesca, dovrete darvi da fare con rami lunghi almeno 3 metri, non sempre facili da maneggiare.

Comunquei, Scenic Adult si rivela all’altezza delle promesse, e ci regala buon umore e speranza; lungo, molto vario, molto esposto ma ben protetto, su roccia a striature nere e rosse (non per niente, la via di fianco si chiama Tony and the Tiger!) Decisamente, una via che non si lascia dimenticare.

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La curiosità ci spinge poi verso White Wall, una zona strapiombante in cui è possibile scalare anche nelle giornate di pioggia, dal lato opposto della fascia rocciosa che costituisce Kaymoor . L’aria è molto più fresca, soffia un vento forte che di tanto in tanto fa schiantare qualche vecchio ramo, e come al solito siamo soli. IL senso di isolamento è fortissimo, sembra che nessuno sia passato da quelle parti per settimane, anche se sulla via più dura della falesia, Pettifogger (5.12c) troviamo i rinvii in posto; ma non sono nemmeno in buonissimo stato, e portano i segni del tempo.

Dobbiamo confessare che inizialmente esitiamo un po’ davanti a quel tiro; per quanto ne sappiamo, potrebbe essere un’altra via impossibile. Fortunatamente, constatiamo che la promessa di uno stile più “sportivo” è stata mantenuta, per quanto anche Pettifogger sia una via di blocco. Una sezione molto dura, lunga due rinvii, per uscire dal tetto; e questo è quanto. Non ci sorprende che Jon avesse trovato facili i gradi di New River; per un blocchista come lui, lo stile della zona è perfetto.

A proposito di passi chiave e passi di blocco, è curioso notare che la guida non risparmia dettagli al limite della teleguida flash, spiegando spesso dove si trovi il chiave della via, tanto con foto di accompagnamento; tanto per fare un esempio, un’immagine a piena pagina inquadra il chiave di Pettifogger, mostrando chiaramente gli appigli a disposizione, mentre la didascalia spiega con esattezza il passo per arrivare al tetto. Con buona pace di quelli che vorrebbero scalare a vista...

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(L’imbocco del sentiero che porta a Kaymoor)

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(Il ponte sul New River)

domenica 15 aprile 2012

New River - Beauty Mountain


Oggi siamo arrivati in falesia preparati. Abbiamo passato in rivista il settore e identificato i tiri da provare, quelli che - almeno sulla carta - sembrano i più interessanti. In progressione logica, dal riscaldamento sul 6b al tiro più impegnativo, con opzione aperta fra 7c e 7b+, a seconda dell'ispirazione del momento.
Il luogo è Beauty Mountain, sul lato nord della gola, con esposizione a sud. Ogni settore ha uno o più accessi, a volte in comune con altri settori, a volte separati; ma idealmente, la fascia rocciosa su cui ci troviamo è la prosecuzione di Endless Wall, che a sua volta è la prosecuzione di Fern Buttress, la zona in cui ci trovavamo ieri.


A Beauty Mountain, la proporzione fra tiri trad e tiri sportivi è abbastanza sbilanciata a favore del trad, ma la guida assicura che alcune vie spittate sono veri e propri gioielli; pare che il 7a più bello di New River sia qui, e Jaco ha dichiarato il suo obiettivo della giornata, un 5.12c (7b+/c) da quattro stelle che Dan Osman aveva scalato in free solo, dichiarando poi: "Il più divertente free solo che abbia mai fatto. Killer route".

Non c'è ancora nessuno, in giro. All'ombra fa ancora freddo, ma Brain Tweezers, il nostro 5.10c di riscaldamento, si lascia scalare. Sul lato opposto del diedro, proprio di fianco a noi, possiamo vedere la linea di un 7a che sembra magnifico, se non fosse che su 20 metri ci sono solo 4 spit; è interessante notare che a New River la distanza fra le protezioni non significa che la sezione sia facile, anzi spesso è il contrario. Fortunatamente, il prossimo tiro della nostra lista - Disturbance, 5.11d - è protetto decisamente meglio ed è sicuramente all'altezza delle quattro stelle che la guida gli attribuisce; ma non sappiamo ancora che cosa ci aspetta su Gun Club, il 5.12c scelto da Jaco. Lungo le pareti incrociamo qua e là qualche gruppetto di arrampicatori, alle prese con la leggendaria durezza dei 5.10 trad della zona. Fessure che dal basso parlano solo di acido lattico, lotta e sofferenza, altro che gradi facili...

Un local ci chiede sibillino se vogliamo provare Gun Club. Sì, conferma Jaco, Com'è?
Mah, risponde quello, in alto c'è poca magnesite...
Come scopriremo a nostre spese, è stato un tipico caso di reticenza malevola.

Parte Jaco. Uno, due, tre... Quarto spit. Muro liscio, rosso e arancione, reso lucido dal sole. Due tacche, di cui una cementata, piedi da spalmare (ma qui non tengono). La presa successiva a distanza di lancio, non meno. Dopo un quarto d'ora di tentativi ci diamo il cambio, forse la tecnica dell'assedio darà qualche risultato in più. Da una verticale piccolina alla microspallata cementata, riesco a tenerla, mi appoggio a una spallata rovescia e tento disperatamente di far materializzare un appoggio che non c'è con la forza del pensiero. La cosa non funziona, ma almeno abbiamo il metodo; adesso tocca ad Andrew metterlo in pratica.

Salgo su un risalto di roccia per fargli qualche foto, e alzando lo sguardo sulla parte alta della via noto che ci sono solo ragnatele, altro che poca magnesite. Reticenza, vostro onore.
Andrew prova e riprova, ma senza un maledettissimo piede non si va da nessuna parte, e nemmeno lui riesce a inventarsene uno con la forza del pensiero. Conveniamo che la ritirata a questo punto sia inevitabile, mentre Jaco cerca disperatamente un video di Dan Osman sulla via, vuole capire il segreto di quella sezione. E pensare che l'ha fatta in slego. Orecchie basse e coda fra le gambe, andiamo a consolarci su un altro tiro raccomandato, Grace Note (5.12b), dove Jaco passa il chiave con un lancio da manuale e il chiodo due metri sotto i piedi.  Ovviamente scopriamo che c'è un metodo migliore, e che si passa da un'altra parte; ma la disfatta del tiro precedente ci ha un po' avvilito, e ormai partiamo dal presupposto che ogni via nasconda boulder insuperabili.
La soddisfazione della giornata arriva, almeno per me, sotto forma del primo 5.8 trad, con protezioni secondo la guida "adegute ma non abbondanti". Se dio vuole, le prese sono talmente grosse che posso stare mezz'ora a controllare di avere piazzato bene il mio nut prima del run out verso la catena. Non cado nemmeno se mi sparano.
"Com'era Gun Club?" ci chiede il tizio che avevamo incontrato prima sotto la via. Sarà una mia impressione, o sta sorridendo davvero?









mercoledì 11 aprile 2012

New River - Fern Buttress

Sette ore sono tante, quasi come per arrivare a Tarne da Torino; normalmente però avremmo affrontato simili distanze con almeno due settimane di tempo a disposizione, non 4 giorni. Destinazione New River Gorge, West Virginia (eh sì, quella di "mountain momma, take me home, country road"). Scendiamo verso sud-est, lungo improbabili freeway con intersezioni semaforiche a raso, finché il panorama piatto dell'Ohio non lascia posto ai profili degli Appalachi. Le montagne, finalmente. Siamo troppo stanchi, ed è troppo buio, per apprezzare veramente. Alle 4 di notte crolliamo sul letto del motel di Fayetteville, WV.

Il fiume, scavandosi un passaggio fra le montagne, ha rivelato nei millenni le fasce rocciose - arenaria - che costituiscono le falesie del New River. Il corso d'acqua serpeggia cinquecento metri più in basso, ma da Fern Buttress non lo possiamo vedere; l'area in cui raggiungiamo Tim e gli altri è poco esposta, arretrata rispetto alla linea della parete.
Scopriamo in fretta che la nostra abituale concezione di falesia mal si adatta a New River, dove difficilmente si riesce a farsi un'idea del profilo che assume, o abbracciare con lo sguardo più di qualche tiro alla volta. Bisogna camminare, seguire il sentierino per andare a cercare il tiro cui si è interessati, cambiando di volta in volta settore; ci si ferma a fare due tiri di riscaldamento, si riparte per scovare la via valutata quattro stelle, si consulta la guida e si scopre che mancano ancora venti minuti al settore che si vuole raggiungere.
Tra i tiri spittati, un paradiso di vie da proteggere.

Dopo il secondo tiro abbiamo già capito una cosa: i gradi bisogna sudarseli. Seconda cosa: date le caratteristiche della roccia, più verticale e meno lavorata rispetto a Red River, i passi di blocco sono l'elemento caratteristico di ogni via, ovviamente proporzionati al grado. 5.10d: bloccaggio furioso. 5.11c (6c+): uscita su bordo piatto degna delle migliori ribalte su boulder. A dire il vero, non ce ne rendiamo conto subito, non in questi termini. Passiamo al piatto forte, un 5.12d; una scelta d'istinto, non possiamo fare a meno di rimanere a bocca aperta davanti al muro arancione, leggermente strapiombante, che domina una piccola radura.
Come al solito, il primo rinvio è a quasi tre metri d'altezza, e non se ne parla di lanciarsi senza la corda passata. Le partenze sono spesso boulderose, e la stessa guida raccomanda di pre-moschettonare la prima protezione. La distanza degli spit non diminuisce salendo, anzi aumenta; bisogna mettere in conto voli lunghi e dotarsi di materiale da abbandono (o recuperare quello degli altri che si trova in abbondanza), soprattutto perché i passi di boulder, come dicevamo, sono proporzionati al grado, e talvolta su un 7c si può trovare un movimento semplicemente infattibile.
Sarà colpa del sole, o sarà veramente troppo duro, ma il chiave della via ci sfugge; le prese sono lì, un buco svaso per la punta di due dita, una presa piatta (ma proprio piatta) come intermedia, e una fessura orizzontale lontanissima. Jaco fa ancora un tentativo, io getto la spugna e suggerisco di spostarsi verso l'ultimo settore, alla ricerca di Fall Line (5.12b, 7b/+), la via più in stile Red River che si possa trovare al New. Venduto.
Passiamo la mezz'ora successiva a camminare sotto un sole feroce, ogni tanto protetti dagli alberi, lungo i sali scendi che conducono all'estremità della falesia. Non incontriamo nessuno, se non i nostri amici che continuano a scalottare sui 5.10. Non c'è nessuno, ed è il week end di Pasqua.


Strano odore, vero? Abbiamo raggiunto la nostra parete, uno strapiombo dalle forme che ricordano in qualche modo il granito, con l'aggiunta di enormi buchi svasi nella parte alta. A destra, una cascata che purtroppo non rinfresca abbastanza l'aria. Ogni tanto percepiamo uno strano odore dolciastro, ma solo dopo qualche minuto ci rendiamo conto che si tratta della carcassa di un animale, forse un cervo, in decomposizione.
Non ci lasciamo scoraggiare, parto per su Fall Line decisa a fare un serio tentativo a vista, nonostante la pendenza a me non proprio favorevole. Ecco, ci risiamo. Passo duro, un lancio a uscire dal tetto. Provo un po' di volte, cerco soluzioni, mentre la gomma delle scarpette si fonde per il calore del sole, e la mia testa pure. Passo oltre, e dopo una serie di rimbalzi al penultimo spit riesco finalmente ad arrivare in catena.
Jaco  risolleva le sorti della cordata, tira fuori le ultime energie e con un po' di informazioni si porta a casa il tiro, dinamizzando tutto quello che può dinamizzare.
Siamo a pezzi, non tanto per la stanchezza fisica, quanto per l'impegno mentale che ogni tiro ha richiesto. Il concetto di arrampicata "sportiva" non è il più adatto a questo posto. Beh, certo, ci sono gli spit, ma mai dove li vorreste, e mai tanti quanti ne vorreste. Abbiamo capito che qui non si scherza.