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sabato 15 settembre 2012

Mountains

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I don’t want to sound nostalgic, but I am happy that I spent one of my last days climbing in Bardonecchia, at the crag called “Le gare” (The comps). I know, it’s all chipped and cemented, and there is barely a hold that is natural: but come on, this is the place where the first ever international competitions were held, in 1985. I can imagine the stony grounds alive with thousands of people gathered here to watch Glowacz, Godoffe or Moffat climb (although the latter decided not to). There had been nothing like it before, and for a few years, Bardonecchia and Arco were the classic events for the newly born circuit of competitions, that starred all the best rock climbers of the period: Isabelle Patissier, Lynn Hill, Patrick Edlinger, Simon Nadin…

The routes at the crag were not those set by Marco Bernardi, one of the Italian climbing legends of the time, who set the first three events, but date from a little later, 1992, when Marzio Nardi created the routes for the first international youth competition. I find them truly amazing, a work of art in their own right, for you seldom have the feeling you’re climbing on chipped holds. They’re demanding and technical, and require a lot of precise footwork. Very much in the style of the late ‘80s and early ‘90s, obviously.

Last but not least, the scenery is amazing. You breathe the brisk air in the shades of Valle Stretta, while you see the sun - it must be warm, indeed - shining on the ridges on the other side. The sky is a supernatural blue, as always in the mountains. And nobody is ever there. Apart from the cows, I mean.

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We hiked in the mountains just before Jaco left, last week. Along the way to the lakes that were our destination, we wondered if all the boulders scattered alongside the trail where ever climbed. The rock looked amazing, beautiful granite, but probably offering just a few, super tiny holds, not enough to lure the normal climber up for an hour walk just to get there. The crack in the picture above was probably the best of all, but it would have required the skills and guts of an highball bouldered…

Simply hiking in the mountains was such a good feeling… When we are in Michigan, where the highest “mountain” is barely a hill 200 metros tall, we sometimes mistake clouds on the horizon with the profile of mountains, and for a moment we delude ourselves.

Mountains are something that we’re so accustomed to seeing here: the city is surrounded by the ridges of the Alps, and as soon as you start driving out of town, you face them, standing still in the distance. This is something we’re missing the landscape that we almost paid no attention to when we lived here.

It won’t be long before we’re back, though…

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sabato 4 agosto 2012

Sleeping Bear Dunes

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L’estate è una stagione dura, in Michigan. Le falesie di casa - Red River e New River - si trasformano in foreste tropicali, piene di insetti e serpenti (quelli velenosi, i copperhead) con un tasso di umidità che supera il 100% e nemmeno un filo d’aria. Per questo gli arrampicatori che ad agosto non possono andare in vacanza - come noi - vanno in letargo fino a fine mese, o a inizio settembre, in attesa che l’autunno ricacci tutte le bestie nelle loro tane e che la temperatura diventi più tollerabile. Il lato positivo della cosa è che scaleremo nella stagione migliore, e in programma abbiamo una o due settimana a Red River con tutta la compagnia.

Ma torniamo al presente. Il caldo e una visita di parenti sono buone scuse per visitare un angolo del Michigan che si chiama Sleeping Bear Dunes (ovvero le dune dell’orso che dorme), dove il casino tipico dei laghi - chiatte, motoscafi, sci d’acqua, bimbi a cavallo di banane giganti - è stranamente assente: si tratta di un parco naturale, e per nostra fortuna non vi si può accedere con barche o mezzi a motore, né con altre diavolerie tecnologiche. Per questo le spiagge sono tutto sommato poco frequentate, o meglio deserte; si può camminare per un’ora senza incontrare praticamente nessuno.

Quando arriviamo in spiaggia quasi non crediamo ai nostri occhi. Adesso capiamo perché questo posto è stato dichiarato, due anni fa, il luogo più bello d’America (non del Michigan, di tutti gli USA!)

E questo sarebbe un lago? Stentiamo a crederlo, sembra piuttosto di essere al mare. L’acqua è limpida e trasparente, priva del tipico odore di salmastro che caratterizza i laghi. Piccole onde increspano la superficie, e vicino a noi ci saranno sì e no quindici persone. E’ un paradiso.

Devo tenere a mente che non bisogna mai fare affidamento sugli altri per le foto. Decido di non portare la macchina, e sbaglio. L’unica immagine lascia alquanto a desiderare, ma laggiù, in lontananza, dove la costa si spinge nel mare (oops, nel lago), ci sono le dune. E sulle dune si scala. Chiariamo, la chiamano “dune climb”, ma ovviamente con l’arrampicata ha poco a che fare; si tratta piuttosto di una camminata che ricorda le scarpinate in montagna, con la differenza che il terreno è sabbioso, e che ci si inerpica per dune alte fino a 30 metri. Il sentiero conduce fino al lago, e da lì si torna indietro, per un totale di 4 o 5 miglia. Non sono granché, ma non dimenticate il fattore sole e caldo (90 gradi, a picco) e il fattore sabbia. Due miglia in salita sulla sabbia - sabbia profonda, come in spiaggia o nel deserto - non sono mortali, ma richiedono già un certo impegno. La partenza è una muraglia di sabbia alta trenta metri, che nasconde il paesaggio retrostante; in molti salgono allegramente in ciabattine e senza acqua credendo che il lago sia appena oltre (e ovviamente ne rimangono talmente delusi che tornano subito indietro). Noi camminiamo per un’ora, sperando che dietro ogni gobba si riveli l’acqua, ma quando ciò succede, e l’acqua si rivela, non è affatto vicina. Il lago Michigan è ancora lontanissimo.

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Tuffarsi nel lago è il giusto premio per avere tenuto duro. Entriamo in acqua completamente vestiti, in maniera che lungo il sentiero del ritorno gli indumenti bagnati ci rinfreschino un po’. Incrociamo un gruppo di cinesi che ci chiedono se il lago sia vicino quando ormai siamo arrivati al parcheggio. “Beh, non proprio”, rispondiamo, incerti se metterli in guardia o lasciare che vadano incontro al proprio destino. Sulla duna che scende verso il parcheggio ci sono due o tre persone arenate come balenottere nella sabbia, che chiaramente non proseguiranno oltre. Un altro gruppo di cinesi si accinge a partire, senza acqua e tutti con le infradito ai piedi. Ci impietosiamo e gli consigliamo di mettersi almeno le scarpe da ginnastica. Il padre richiama immediatamente i figli e sembra dubbioso. “Allora non è vicino, eh? Ma non ci posso arrivare in macchina?”

sabato 28 luglio 2012

On the way back

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Ci fermiamo un minuto appena lungo la strada che scende verso il Custer State Park, per scattare una foto veloce al profilo di George Washington scolpito nella roccia. Dalla nostra prospettiva non si vede altro, ma non c’è molto da vedere. I volti dei quattro Presidenti degli Stati Uniti - Washington, Lincoln, Roosevelt e Jefferson - attirano migliaia di turisti verso il Monte Rushmore, ma il nostro vero obiettivo era il vicino parco nazionale, che ospita svariate centinaia di bisonti in libertà, nonché i Needles.

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Lo dice la parola stessa: “needle” significa “ago”, e davvero le guglie di granito che si alzano sottili verso il cielo sono simili a degli aghi, o a dei “penitentes” serrati gli uni vicini agli altri lungo i tornanti e nelle vallate. Neanche a dirlo, nei Needles si scala (rigorosamente trad), ma purtroppo il tempo non ci basta, dobbiamo tornare; ci possiamo permettere solo un’escursione di due ore fino ad Harney Peak, la cima più alta della zona, che con i suoi 2200 metri è anche il punto più alto fra i Pirenei e le Rocky Mountains.

Jaco, mi stai prendendo in giro? No, ovviamente no, basta fare il giro del globo dal lato giusto .

L’escursione - con i suoi 300 metri di dislivello - viene definita “strenuous”; i turisti che vengono in zona magari sono più sportivi della media, ma mai abbastanza da classificare la nostra camminata come “medio-facile”. Meglio avvisare tutti che l’escursione è estenuante, in modo da tutelarsi contro eventuali lamentele, o peggio.

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Purtroppo per Jaco, che ci teneva proprio, non incontriamo nessun bisonte, ma ci imbattiamo invece in un cervo che è abbastanza tranquillo, o curioso, da permettermi di fotografarlo; non solo, ma siamo letteralmente circondati dagli scoiattoli, che attraversano fulminei il sentiero appena ci sentono arrivare.

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martedì 12 giugno 2012

Niagara Falls

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Cosa mostrare del Niagara? La prospettiva di vedere le cascate era tanto allettante quanto il week end di blocchi nel Glen, lungo lo stesso fiume Niagara, con Jessie, Wes e la banda di Ann Arbor. Talmente allettante che la pioggia del sabato mattina non ci scoraggia minimamente, anzi; è previsto che il tempo migliori, a fare blocchi ci si stanca in fretta, e dunque ne approfittiamo volentieri per visitare le famose cascate. La coda lungo Lundy’s lane, che conduce fino al lungofiume, non è che un assaggio del delirio turistico-commerciale di Niagara Falls. Ci aspettavamo una natura rigogliosa con uomini divenuti minuscoli che si inginocchiavano al suo cospetto, alberi, acqua, gli spazi immensi cui ci ha abituato il paesaggio americano. Invece, la cittadina che affaccia sul fiume e sulle cascate è un mostruoso incrocio fra Las Vegas, Andorra e un luna park, dove si possono trovare locali a luci rosse (ne abbiamo contati una decina di fila, poi ci siamo stufati), la caverna del diavolo, l’antro di Frankenstein, l’Hard Rock café, svariati casinò, alberghi di superlusso e foto ricordo col sole anche quando piove. Sciami di gente, di tutti i colori - indiani, giapponesi, messicani, italiani - inondano i marciapiedi di Niagara Parkway, si incanalano lungo le passerelle che portano alle barche, incappucciati nell’impermeabile di plastica blu o gialla della relativa compagnia, fotografano, mangiano, si accasciano nella lobby degli alberghi davanti a una televisione che mostra all’infinito la presentazione dei servizi a disposizione dei clienti.

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Sulla destra, in lontananza, la American Fall; la nebbia però proviene dalla Horseshoe Fall, alle nostre spalle.

E le cascate, dove sono? Ce ne sono due, una sul lato americano e una sul lato canadese, dove ci troviamo noi: è la Horseshoe Fall (dalla forma a ferro di cavallo).

L’acqua che si rovescia nel fiume dà vita a una nuvola di vapore bianco che il vento disperde nell’aria; una pioggia leggera, quasi nebbia. Rimaniamo tutti ipnotizzati a osservare il bordo roccioso da cui il fiume precipita, che si intravede appena dove l’acqua è più chiara. Una sessantina di metri più in giù - la cascata è alta 53 metri - una barca conduce i turisti estasiati nel mezzo della nebbia.

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La Horseshoe Fall

Per quanto possa sembrare strano, in molti hanno tentato il grande salto, dall’inizio del 1900; la prima a sopravvivere fu una maestra del Michigan che saltò all’interno di un cosiddetto “barile”, un contenitore cilindrico con molte variazioni sul tema; e nel 1993, un canadese fu il primo a sopravvivere a un tuffo senza alcun tipo di protezione (ma non è chiaro se fosse particolarmente avventato o volesse suicidarsi). Al massimo della sua portata, la Horseshoe riversa nel fiume sottostante 5.7 milioni di litri…. al secondo.